Si alla condanna alle spese con la cessazione della materia del contendere

pubblicato 5 gen 2019, 07:36 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 5 gen 2019, 07:36 ]

La Commissione Tributaria Provinciale di Milano, con la sentenza del 29 novembre 2018 n. 5365, ha confermato che l'Ente impositore deve essere condannato al rimborso delle spese di lite nel caso chieda la cessazione della materia del contendere a seguito dell'annullamento in autotutela dell'atto impositivo già impugnato dal contribuente.
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E' legittima l'acquisizione della documentazione conservata in una borsa se aperta spontaneamente

pubblicato 5 ott 2018, 06:52 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 26 ott 2018, 00:50 ]

Durante una verifica fiscale è legittima l'acquisizione della documentazione conservata in una borsa, una cassaforte o in mobili chiusi senza avere l'autorizzazione della Magistratura se gli stessi sono spontaneamente aperti dal contribuente, come chiarito dalla Corte di Cassazione con l'Ordinanza n. 24306 del 4 ottobre 2018. 
L'art. 52, terzo comma, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 prevede che durante una verifica fiscale è necessaria l'autorizzazione dell'Autorità Giudiziaria per procedere all'apertura coattiva di pieghi sigillati, borse, casseforti, mobili, ripostigli e simili.
Secondo i Giudici di legittimità, tuttavia, l'autorizzazione prevista dalla norma è necessaria soltanto nei casi di "aperture coattive", e non anche quando l'attività di ricerca si svolga con la collaborazione del contribuente.  

Legittimo l'accertamento induttivo per chi non collabora con i verificatori

pubblicato 20 set 2018, 07:41 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 20 set 2018, 07:58 ]

E' legittimo l'accertamento induttivo emesso nei confronti del contribuente che non risponda puntualmente ai questionari inviati dai verificatori o non esibisca la documentazione richiesta, come previsto dalla sentenza della Corte di Cassazione del 7 settembre 2018, n. 21823.
Secondo il Collegio di legittimità, infatti, una simile condotta ostacola il lavoro dei verificatori e legittima il sospetto dell'attendibilità delle scritture contabili, trasformando in "grave" la presunzione di incompletezza, falsità o inesattezza delle stesse avanzata dall'Agenzia delle Entrate, legittimando quindi l'accertamento ex art. 39, comma 1, lett. d), del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.

Il ravvedimento parziale è applicabile anche nei confronti delle Dogane

pubblicato 10 feb 2018, 10:07 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 21 set 2018, 01:48 ]

Il pagamento tardivo dei diritti doganali può essere effettuato anche in maniera frazionata beneficiando delle riduzioni delle sanzioni previste per il ravvedimento operoso, come è stato chiarito dalla sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano n. 6525/17 del 23 novembre 2017.
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Non è impugnabile il silenzio rifiuto all'istanza di autotutela su un atto definitivo

pubblicato 14 lug 2017, 01:10 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 20 set 2018, 06:43 ]

La Corte Costituzionale con la sentenza n. 181 del 13 luglio 2017 ha chiarito che non vi è alcun obbligo per l'Amministrazione Finanziaria di rispondere all'istanza di annullamento in autotutela del contribuente su un atto divenuto definitivo e tale silenzio - rifiuto non è impugnabile.
La Consulta, infatti, chiarisce che il potere di autotutela tributaria è un'espressione della discrezionalità dell'amministrazione e non uno strumento di difesa del contribuente.
La certezza dei rapporti giuridici garantita dalla definitività di un atto impositivo non contestato, secondo il Collegio, sarebbe messa a rischio dalla possibilità del contribuente di richiedere un riesame dell'atto ormai definitivo a cui corrisponderebbe un obbligo per l'Amministrazione di provvedere al riesame.
Ne deriva che il contribuente deve attivarsi tempestivamente per la contestazione di un atto ritenuto illegittimo, in quanto decorsi i termini di impugnazioni non vi sono strumenti efficaci per un riesame dell'atto, ancorché illegittimo.

Regime di tassazione agevolata per i neo residenti in Italia

pubblicato 24 mag 2017, 09:33 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 26 mag 2017, 02:49 ]

Dal 2017 (*) le persone fisiche che trasferiscono la residenza fiscale in Italia possono beneficiare di un regime opzionale di favore che prevede un’imposta sostitutiva sui redditi prodotti all’estero, in luogo della tassazione ordinaria.
Per accedere a questo beneficio è necessario che i contribuenti siano stati residenti all’estero per almeno nove degli ultimi dieci anni (periodi d’imposta) prima del trasferimento in Italia. 
L’ammontare forfettario dell’imposta sostitutiva su tutti i redditi prodotti all’estero è pari a 100.000,00 euro per ogni anno di opzione, a prescindere dall’importo dei redditi esteri percepiti. 
L’unico reddito estero che non è ricompreso nel regime di favore è quello relativo alle plusvalenze da cessioni di partecipazioni qualificate in soggetti esteri (**), realizzate entro i primi cinque anni dall’esercizio dell’opzione, che restano assoggettate alla tassazione ordinaria italiana (***). 
Tutti i redditi prodotti in Italia, invece, continuano ad essere tassati secondo le regole ordinarie italiane.
L’opzione può essere estesa anche ai familiari dell’istante (coniuge, figli, genitori, generi e nuore, suoceri, fratelli) che trasferiscano la residenza in Italia, a condizione che siano stati residenti all’estero per almeno nove degli ultimi dieci periodi d’imposta. 
L’imposta sostitutiva per ogni familiare è pari ad euro 25.000,00 per ogni anno per il quale si applica l’opzione. 
Il versamento dell’imposta sostitutiva, per ciascun periodo di imposta di efficacia del regime, deve essere effettuato in un’unica soluzione, entro la data prevista per il versamento del saldo delle imposte sui redditi (giugno dell’anno successivo al periodo di riferimento). 
L’opzione si intende tacitamente rinnovata, di anno in anno, ed ha una durata massima di quindici anni dal primo periodo d’imposta di validità. 
Gli effetti del regime si interrompono anticipatamente se il contribuente lo revoca, oppure in caso di omesso o parziale versamento dell’imposta sostitutiva o in caso di trasferimento all’estero della residenza fiscale del soggetto. 
La cessazione del regime non inficia gli effetti prodotti negli anni precedenti; la revoca a la decadenza dal regime precludono l’esercizio di una nuova futura opzione per lo stesso.  

(*)            Art. 24 bis, DPR 22 dicembre 1986, n. 917
(**)          Percentuale di diritti di voto superiore al 20% ovvero una partecipazione al capitale superiore al 25%; se il soggetto è quotato le percentuali sono rispettivamente del 2% e del 5%
(***)         Il 49,72% della plusvalenza percepita è soggetta ad una tassazione ordinaria con aliquota progressiva fino al 43%

La durata delle fideiussione non è aumentata dalla proroga del termine per l'accertamento

pubblicato 29 mar 2017, 07:55 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 26 mag 2017, 02:49 ]

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 7884 del 13 gennaio 2017 ha chiarito che la scadenza della polizza fideiussoria rilasciata dal contribuente a favore dell'Agenzia delle Entrate come garanzia di eventuale restituzione dell'IVA rimborsata, ai sensi dell'art. 38-bis del DPR 26 ottobre 1972 n. 633 (cd Decreto IVA), è stabilita consensualmente dalle parti e non è legata al termine decadenziale di accertamento fissato per l'Amministrazione Finanziaria. 
Ne deriva, quindi, che se il periodo a disposizione dell'Amministrazione finanziaria per richiedere l'IVA indebitamente rimborsata è aumentato in forza di legge successiva alla stipula della fideiussione, il contratto di garanzia non può essere inteso automaticamente prorogato, a meno che esso non contenga una diversa previsione.

Sulle indagini finanziarie la prova contraria è a carico del contribuente

pubblicato 24 mar 2017, 05:04 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 20 set 2018, 06:55 ]

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 7259/2017 si è occupata nuovamente degli accertamenti fiscali dell'Agenzia delle Entrate fondati sull'analisi dei conti correnti del contribuente.
In particolare la Corte è tornata a ribadire che l'Agenzia delle Entrate gode di una presunzione di imponibilità in base alla quale gli elementi riscontrati negli estratti conto del contribuente possono essere utilizzati per le rettifiche ed accertamenti fiscali. Questa presunzione ha portata generale che si applica nei confronti di tutti i contribuenti italiani, a prescindere dal tipo di attività esercitata (dipendente, autonomo o d'impresa) o di reddito che percepiscono. 
Questa presunzione può essere vinta dal contribuente esclusivamente provando per fatti certi (e non presuntivi) che i movimenti registrati nei conti sono stati presi in considerazione al fine della dichiarazione del reddito prodotto o dimostrando che detti movimenti sono riferiti ad utilità non imponibili.
Questa prova, quindi, non può essere generica o vaga, ma deve essere sufficientemente circostanziata per dimostrare che quei movimenti non si riferiscono a redditi sottratti ad imposizione. 

Non applicabile la sospensione feriale all'accertamento con adesione

pubblicato 22 lug 2016, 02:04 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 8 feb 2018, 06:47 ]

La Cassazione con l'ordinanza n. 7995 del 20 aprile 2016 ha escluso l'applicabilità della sospensione feriale dei termini processuali, prevista dalla legge 7 ottobre 1969, n. 742, al procedimento con accertamento con adesione disciplinato dal  D.Lgs. 19 giugno 1997, n. 218. 
In sostanza la Corte esclude che il termine di 60 giorni per l'impugnazione dell'atto dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale possa essere sospeso cumulativamente sia di 90 giorni per porre in essere la procedura di accertamento con adesione che dei 31 giorni di sospensione feriale, nel caso il termine d'impugnazione sia pendente nel periodo dal 1 al 31 agosto.
Questa interpretazione era stata già adottata dalla stessa Cassazione con l'ordinanza n. 11632 del 05 giugno 2015.
La questione è della massima importanza in quanto l'impugnazione tardiva di un atto è una causa di inammissibilità del ricorso che potrebbe essere sollevata d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento.

Brevi riflessione sugli accertamenti derivanti dai Panama Papers

pubblicato 29 apr 2016, 03:25 da Fabio Campanella   [ aggiornato in data 18 mag 2016, 09:03 ]

Come si è saputo nei giorni scorsi, l’Agenzia delle Entrate e la magistratura si apprestano ad avviare le procedure per entrare in possesso dei nominativi dei circa 800 italiani inclusi nei cd. “Panama Papers”, sospettati di aver detenuto degli investimenti esteri occultati nella Repubblica di Panama.
Va subito chiarito che i contribuenti italiani che hanno aderito alla procedura di volutary disclosure non hanno nulla da temere, in quanto la loro posizione con il fisco italiano è totalmente regolarizzata.
Per chi, invece, non si è avvalso della sanatoria potrebbe essere utile qualche chiarimento, sia in riferimento alla procedura amministrativa-tributaria che penale.
Va evidenziato che l’Agenzia delle Entrate è già decaduta dal potere di accertamento relativamente ai redditi sottratti ad imposizione in Italia e trasferiti all’estero prima del 2007 (nel caso di regolare presentazione della dichiarazione dei redditi). 
Un indirizzo giurisprudenziale, inoltre, sostiene che l’Amministrazione non può neppure accertare le predette violazioni poste in essere negli anni 2007 e 2008, come chiarito dalla sentenza CTP Milano n. 9234/8/15 del 16 novembre 2015.
Si precisa, tuttavia, che l’Agenzia delle Entrate non condivide questo orientamento e generalmente verifica anche questi due periodi d’imposta (2007 e 2008).
In tal caso il contribuente sarà costretto a ricorrere al Giudice tributario per chiedere l’annullamento degli atti ad essi riferiti.
Gli investimenti effettuati all’estero in periodi d’imposta ormai prescritti (prima del 2007 o del 2009, in base alle interpretazioni), quindi, continuano ad essere oggetto di imposizione in Italia esclusivamente per i rendimenti maturati negli anni ancora verificabili.
Il trasferimento all’estero di redditi sottratti all’imposizione italiana in periodi ancora accertabili, invece, potrebbe avere risvolti economici molto pesanti per quanti non hanno approfittato della procedura di regolarizzazione appena terminata.
Tali somme, infatti, se attribuite a persone fisiche sono tassate con le aliquote IRPEF ordinarie fino al 43% oltre alle addizionali comunali e regionali, sanzioni per dichiarazione infedele dal 180% al 360% dato che Panama è un Paese black list, interessi del 3,5% annui, sanzioni dal 6% al 30% per l’omessa compilazione del quadro RW e l’eventuale sanzione per l’esportazione clandestina di capitali.
I predetti comportamenti, inoltre, potrebbero configurare anche uno dei reati tributari dichiarativi previsti dal D.Lgs. n. 74/2000.
Detti reati si prescrivono in 6 anni se commessi prima del 17 settembre 2011 e in 8 anni se commessi dopo (art. 17, c. 1-bis, D.Lgs. n. 74/2000). Entrambi i termini sono aumentati rispettivamente a 7 anni e 6 mesi e 10 anni in caso di interruzione della prescrizione dovuta a notifica di un verbale di constatazione, atto di accertamento, rinvio a giudizio o una delle altre cause previste dall’art. 160 del c.p.
Va precisato, tuttavia, che ancorché i reati fiscali si siano prescritti, la magistratura può sempre contestare ai contribuenti il reato di autoriciclaggio (art. 648-ter.1 c.p.) che si configura a partire dal 2015 con il reimpiego o trasferimento di denaro ed altre utilità provenienti dalla commissione dei citati delitti.
In conclusione va precisato che i contribuenti che intendessero sanare le violazioni amministrative commesse, potranno usufruire degli istituti del ravvedimento operoso o dell’accertamento con adesione, con sconti sulle sanzioni differenti a seconda della procedura adottata.

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